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Dal 25 febbraio 2009
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Un caso di ciclo respiratorio non concluso
Innerbreathing
Tanka tibetana
In alcuni articoli, riguardanti lo svolgimento di una seduta di respiro (rebirthing, Innerbreathing e simili), avevo sottolineato il funzionamento del meccanismo del ciclo di respirazione e l'importanza che questo si concluda correttamente per il benessere dell'accompagnato.
Questa volta vorrei raccontarvi un episodio, di cui sono stato protagonista, che riguarda proprio un problema di non corretta conclusione della seduta e che può aiutare a capirne l'importanza, spesso sottovalutata anche dagli operatori.


Nel 1994, seguivo un ciclo di sedute (come cliente) in un centro di Milano, conosciuto a livello nazionale e tuttora operante, specializzato in medicine alternative e psicoterapie.
Durante una di queste sedute, molto spinte come ritmo respiratorio ed il cui metodo sarà oggetto di un altro articolo, arrivai a contattare un profondo dolore che iniziò ad affiorare, portando con sé lo sgorgare di un pianto intenso e disperato.

Sentii la dottoressa che guidava la seduta aprirmi la bocca e mettervi alcune gocce di un liquido (Rescue remedy di Bach)¹, poi mi richiamò al presente, esortandomi a lasciare andare il dolore e dicendomi: «la terapia non è la vita e se ti avessi lasciato piangere saresti potuto andare avanti per ore». Intendeva che la terapia ha confini definiti e quello sfogo li travalicava, giustificando così l'interruzione del ciclo.

Premesso che le tecniche di respiro non sono terapia, in un certo senso aveva ragione: quale che sia il soggetto dell'incontro (respiro, yoga, floriterapia, PNL, ecc...), lo spazio è delimitato ed il cliente porta in questo spazio le sue tematiche, le condivide e poi, finito il tempo, si distacca da questo spazio e torna nel suo "mondo di tutti i giorni" (quello che viene definito, a volte, con il termine secolare).
L'attivazione del ciclo durante una seduta richiede però delle accortezze, dalle quali non si può derogare: il ciclo ha le sue fasi e tutte queste fasi debbono essere attraversate e concluse, pena il disorientamento del soggetto.

È ovvio che non si può lasciare una persona piangere per ore, ma il modo di superare tale stato è portare il soggetto in sofferenza a ritornare al suo respiro, come primo passo². Le persone in sofferenza tendono a diminuire il ritmo e l'intensità respiratoria, sia per motivi di difficoltà fisica (coordinamento pianto/respiro) sia per il tentativo di diminuire la propria sensibilità emotiva (meno respiro, meno sento). Dopodichè si può intervenire a livello simbolico, per favorire l'integrazione del vissuto da parte dell'accompagnato.

Nel mio caso, questo non è avvenuto ed il mio ciclo è stato prematuramente interrotto tirandomene fuori a forza. Quello che è successo è che, finita la seduta, invece di provare il senso di serenità tipico della fase finale di integrazione, ho continuato a sentirmi sofferente ed a disagio.
Uscito per la strada, ho continuato a percepire quel pianto che cercava di sgorgare nuovamente, in quanto non aveva potuto sfogarsi come avrebbe voluto, ma neanche era stato ricompattato.
Non sempre in una sola seduta la persona arriva ad integrare completamente un evento, ma alla fine egli richiude sempre il "cassetto della memoria" che era stato aperto dalla respirazione. Questo gli permette di tornare alla sua vita di tutti i giorni agevolmente e senza sofferenza.
Non avendo io richiuso questo cassetto della memoria, le cose che erano state portate in superficie sono rimaste lì, facendomi vivere per quasi due mesi in uno stato di prostrazione mentale ed emotiva, molto difficile da sopportare.
Sono riuscito a superare questo stato d'animo quando ho incontrata un'altra persona e, in una successiva seduta, ho potuto chiudere il ciclo che era rimasto appeso così a lungo.

Non sono più andato a respirare dalla dottoressa con la quale avevo provato tutto ciò, non per risentimento, perché anzi la stimo in altri campi di attività, ma perché la cosiddetta "alleanza terapeutica"³ si era rotta: non sarei più riuscito ad affidarmi a lei perché sapevo che non era in grado di creare e gestire quello spazio di tutela attorno a me che è parte imprescindibile di un accompagnatore di respiro.

Il caso che vi ho raccontato è pesante, ma lo stesso meccanismo si può verificare in modi più leggeri e meno eclatanti. Bisogna sempre restare vigili sullo stato di avanzamento delle fasi del ciclo di respirazione del soggetto e, se si hanno dubbi, chiedere all'accompagnato come si sente. Un'eventuale sensazione di disagio o sofferenza ci deve far chiedere se sia il caso di riprendere la respirazione per portare il ciclo a corretta conclusione. Un accompagnatore esperto dovrebbe essere, comunque, in grado di accorgersi autonomamente del fatto che il ciclo di respirazione sia completato o meno.
Non confondete, però, l'eventuale stupore che una persona può vivere, in seguito a prese di coscienza avvenute in seduta, con il disagio e la sofferenza di cui ho parlato sopra.
Se siete nel ruolo del cliente, non esitate a manifestare le vostre sensazioni a chi vi accompagna, in modo che possa agire di conseguenza.

 



Nota:
¹ L'idea in sé non è malvagia, ma non ho mai praticato personalmente questo metodo: cerco sempre di risolvere con il respiro e con il simbolico le tematiche che affiorano nell'accompagnato.
² Molti tendono a dimenticarlo, ma qualunque siano le manifestazioni del soggetto, siamo sempre all'interno di una seduta di respiro!
³ Prendo a prestito un termine psicoterapeutico, anche se non stiamo parlando di psicoterapia, perché penso che possa rendere bene il concetto.
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