In un periodo in cui è così facile trovare commenti caustici fra uomini e donne, voglio condividere con voi queste poche righe diGiorgio Scerbanenco, grandissimo scrittore italoucraino che amo particolarmente. Si tratta di un estratto da un commento sulla sua vita, pubblicato in calce al racconto "Venere privata", oggi pubblicato da Garzanti.
"Qualunque discorso si facesse, il più lontano dalle donne, con imprevedibili e stupefacenti salti di logica, si arrivava alle donne. Si cominciava al mattino presto, ancora prima della sveglia e si finiva finchè non si crollava dal sonno. Non importa come se ne parlasse, anche sotto i discorsi meno decenti, ciascuno, senza saperlo, senza volerlo, metteva una nota di acuta, feroce nostalgia per la donna. Non era soltanto desiderio, ani non era per niente desiderio, anche se sembrava che fosse soltanto quello, era proprio la necessità spirituale, incoercibile, di vivere in un mondo normale dove vi fossero anche le donne. Il nostro mondo di soli uomini era anormale, era come mettere una pianta in un vaso pieno di cotone anzichè di terra. Fuori di lì, naturalmente, ognuno avrebbe ricominciato a mentire. In mezzo alle donne, nell'ambiente normale, avrebbe parlato delle donne senza più fervore, con un certo distacco, un certo senso di superiorità. Alcuni anche con sprezzo. Ma io non posso più crederci, a questo distacco, a questo sprezzo, dopo aver visto qualche centinaio di uomini di ogni età, di ogni grado di intelligenza e di temperamento, soffrire per il sorriso di una mediocre e forse scialba infermiera".
Giorgio Scerbanenco
(parlando del suo periodo passato in un sanatorio, dove l'unico essere femminile era una infermiera).
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